Un bellissimo articolo sulla Resistenza, di quelli che ti prendono allo stomaco più che alla mente.
Nè retorico nè celebrativo, semplicemente e dolorosamente realistico, ma capace di far sentire ai giovani (e non solo a loro) l'importanza di credere in qualcosa con tutto il cuore e di combattere fino alla morte per difendere quello in cui si crede.
Stupenda l'ultima frase (il neretto è mio), grazie.
La Liberazione di chi ha 20 anni
Antonio Padellaro
Sui muri di via Tasso a Roma, protetti da pietose lastre di vetro sono incisi, come in una ragnatela di dolore, gli ultimi messaggi e le mute invocazioni degli italiani caduti nelle mani delle SS e in quelle stanze torturati spesso fino alla fine. C’è anche questa frase: «Mamma, ho vent’anni». Forse è il grido di chi sa che tra poco verranno a prenderlo e, chissà, dubita e si chiede se sia giusto chiudere così presto la propria vita, massacrato da un aguzzino. Dicono che la domanda più frequente rivolta agli insegnanti dai ragazzi in visita al museo della Resistenza, come in ogni altro luogo simile, racchiude una sorta di dolorosa e acerba incredulità: ma se avevano vent’anni perché accettavano di farsi ammazzare? Già, perché lo facevano e perché lo hanno fatto tante altre decine di migliaia di donne e di uomini?
C’è un mistero nella dedizione estrema a un’idea, a una fede, a un sogno che non può essere spiegata soltanto con le categorie del coraggio o dell’eroismo che già indicano, comunque, un comportamento eccezionale. Cosa spinge davvero un essere umano, senza che nessuno glielo chieda, a imbracciare un fucile, a compiere azioni rischiose, a mettersi nei guai per distribuire volantini o recapitare messaggi? Quale spinta interiore ha determinato nel loro agire quelle persone che esattamente come noi avevano amori, affetti, gioia di vivere e la giusta cura di se stessi? E che nessuno avrebbe biasimato se si fossero messi, tranquilli, ad attendere la fine della guerra e la sconfitta inevitabile del nazifascismo? La parola Resistenza non ha forse anche quell’altro significato dell’aver saputo resistere alle proprie umanissime paure e agli smarrimenti altrui? E tutto nel nome di una rivolta prima di tutto morale, contro la peggiore brutalità che si ricordi. Sono pensieri, emozioni mirabilmente trascritti nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Anche se nessuna parola potrà mai descrivere il tumulto del cuore quando nella notte qualcuno bussa alla tua porta.
Per questo pensiamo che la festa del 25 aprile debba guardarsi da due rischi opposti: la dura svalutazione e la pura celebrazione. Tutto sommato ai detrattori della Resistenza è facile replicare che negando e rifiutando una grande rivolta di popolo non fanno che darsi la zappa sui piedi. Se, per esempio, Marcello Veneziani può scrivere su «Libero» frasi tristi del tipo: «liberateci da questa memoria» lo deve a tutti quelli che, versando il loro sangue, hanno fatto in modo che oggi lui, liberamente, possa insultarli se ciò lo fa sentire migliore.
Più attenzione invece dovrebbe suscitare la prevalenza di un’immagine solo celebrativa del 25 aprile come se questa giornata fosse una ricorrenza da onorare come altre nel calendario. Scaldare il cuore di chi ha vent’anni diventa difficile se si dà la sensazione di una ritualità imposta o di una memoria obbligata. Meglio invece tornare all’origine di tutto, alla terribile domanda di quel loro coetaneo nella cella di via Tasso. Che si chiedeva perché, temendo l’azzardo di una vita buttata. Non conoscendo ciò che sul sacrificio suo e di un’intera generazione, altre generazioni avrebbero costruito.
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